Lei si chiama Riluttanza, ha una certa età, e vive da sola in un casolare in campagna, proprio a ridosso di un doppio binario ferroviario. In inverno ogni tanto si attacca alla finestra ghiacciata e guarda fuori i treni che passano a due metri da lei, incessanti e rumorosi.

È un continuo fracasso di ferraglia, di gente, di pezzi di città che si spostano in altre città con valigie di piombo. Di tendine chiuse e tendine aperte, finestrini, plastica, controllori, plastica, nervosismo, e un continuo sapore di ferro in bocca. Pensa ma come si fa a fare quel lavoro e avere sempre in bocca quello stesso sapore di ferro.

All’inizio dell’estate il treno diventa l’uomo forte che scandisce la giornata polverizzando i binari roventi, l’amico consolante dalla voce virile, l’animale in caccia di piccoli animali, nella notte. In questa stagione la sua bella rosa, all’ombra del muro di tufo, si riempie di grandi fiori doppi dai bordi color crema, caparbie anche quando a metà agosto il tempo cambia, quasi del tutto bianche, fresche come se fossero appena sbocciate.

Fuori c’è un vento fresco che le sposta dolcemente i capelli. Un regalo del cielo, un sollievo dal caldo che stagna in casa, nonostante tutte le porte finestre spalancate. Chiude gli occhi, apre la vestaglia e lascia che le asciughi il corpo sudato. Immerge il braccio nel cespuglio per raggiungere il rubinetto perso nelle sue foglie scure e lucide, riempie la bottiglia, e all’improvviso la rosa le parla.

Dice che una volta non avrebbe apprezzato questa corrente fresca, che l’avrebbe temuta. E adesso invece adesso non ha più paura. Hai rimpianti solo se non hai esplorato la vita, e allora arriva il male cattivo – perché proprio a me – e con i medici ingaggi una lotta ìmpari con te stesso. Che non puoi vincere senza cambiare profondamente ciò che sei e che fai, ciò che provi, gli occhi con i quali guardi il mondo.

Dice che morire non è ingiusto, che è parte integrante della vita, che è bello e commovente. Che non è la morte a essere orribile, ma può esserlo il modo in cui si muore, se si cerca vigliaccamente di manipolare il proprio destino, di sfuggire ad ogni costo alla propria fine, perdendo ogni dignità.

Che si impara a farlo osservando gli animali, gli alberi, essendo profondamente parte del vento, del mare, di tutto e tutti. E lei ha fatto la strada in salita, niente scelte facili, è stata disperata, coerente e severa. Ma se si guarda dall’esterno vede solo una Cassandra che si è affanna a indicare il burrone e un mare di lemmings impazziti che ci si precipitano dentro.

Pensa perché non posso essere un albero che invecchiando diventa maestoso e quando si approssima alla fine l’edera lo avvolge fino a quando secca all’improvviso e perde tutte le foglie e rovina al suolo con un tonfo inaudito nel bosco e la muffa lo ricopre e gli insetti lo scavano ed é sempre avvolto dalla sua sovrana dignità? Invece devo abitare un corpo che si allenta e imbruttisce. Mentre io sono sempre la stessa e vorrei denudarmi di questo vestito sbiadito e confuso, e pretendo il diritto di andare.

Io ti capisco uomo vecchio che l’ultimo giorno di Luglio ti sei gettato sui binari e sei morto.