Siamo stati a Nazzano il 13 marzo, per consegnare al Museo del Fiume una mia opera, Persistenza, che doveva essere esposta all’inaugurazione di IGREEN, insieme ad altri sedici artisti contemporanei.

La mostra verteva sul significato del “green” nei tempi attuali, inteso come sostenibilità ma indagato anche sull’ambiguità della comunicazione nella quale siamo letteralmente immersi, che spesso svuota di significato questo concetto e lo rende nebbioso, poco chiaro.

Una volta consegnata l’opera abbiamo pensato di fare un giro nel paese, che pareva magnifico nella sua tranquillità. A quell’ora era del tutto deserto, e molte case che abbiamo visto erano disabitate e abbandonate a se stesse. Arrivati in cima al paese, da dove si vedeva il Tevere in tutta la sua bellezza, ci siamo addirittura affacciati in un appartamento quasi pericolante; le stanze erano collegate da piccole rampe di scale ed erano costruite a diverse altezze.

Alcune scendevano in quelle che sembravano cantine buie intrise di umidità, altre si affacciavano sul nulla, altre erano cieche e piene di oggetti gettati in terra, polvere di tufo, sassi, quelli che sembravano vestiti, coperte, suppellettili. Non sono riuscita a fotografare nulla là dentro, mi pareva non so di violare l’intimità di chi una volta ci aveva vissuto, o di chi magari vi si rifugiava ancora non avendo alternative.

Il silenzio regnava ovunque; si sentivano solo grida e cinguetti di uccelli di ogni tipo, il vento, e un rumore lontano che all’inizio non riuscivo a distinguere. Pensavo a un elicottero o un aereo, ma era un suono più morbido, più fluido, più intenso e avvolgente. Poi ho capito che era il fiume.

Il Tevere visto da Nazzano