Nel caos magnetico di Napoli, il mio sguardo non segue mai la linea dell’orizzonte. Tendo sempre a cercare una verticale: guardo verso l’alto quando mi perdo nel labirinto delle strade, inseguendo cornicioni e frammenti di cielo, e verso il basso quando mi trovo sospesa su balconi e terrazzi, osservando il respiro della città che scorre sotto di me. È un esercizio di prospettiva che rivela l’anima più autentica degli edifici, il loro stare al mondo tra interno ed esterno.

Sono profondamente affascinata dagli angoli geometrici che i palazzi disegnano contro la luce; hanno un’energia pesante, densa, intrisa di una storia che si sente sottopelle. Mi fermo a studiare i materiali che li tengono in piedi: stratificazioni di intonaci desaturati dal tempo, pietre laviche scure, mattonelle che brillano all’improvviso come piccoli tesori incastonati nel cemento. Nel mio obiettivo, scindo le immagini in una miriade di micro-dettagli: l’oscurità elegante degli androni, il ferro battuto dei balconi che si sporgono curiosi sulle strade affollate, il disordine cromatico del cibo esposto che diventa, quasi senza volerlo, un’installazione artistica.

In questo reportage di un marzo ciò che emerge con forza è lo sbalzo termico della bellezza napoletana. È pazzesco come l’eleganza aristocratica di certe costruzioni si alterni, in una totale e affascinante casualità, all’abbandono rassegnato di altre. Gli intonaci scrostati convivono con marmi nobili ma scheggiati; le strade lucide e ordinate sfociano improvvisamente nel caos assoluto.

A Napoli il confine è un concetto astratto: non esiste una separazione netta tra zone ‘bene’ e quartieri popolari. Tutto è mescolato, stratificato, indivisibile. Basta girare l’angolo, superare un vicolo appena più stretto, per trovarsi in un mondo parallelo, diverso per suoni e colori da quello che si stava percorrendo solo un istante prima.

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