Di mio nonno Vincenzo ho una puntigliosa cronaca della vita a Napoli durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, qualche fotografia in bianco e nero, e la sua volontà, che lo portò a far costruire due ville a Fiuggi, una per ognuno dei suoi due ragazzi sopravvissuti alle distruzioni di quegli anni. Alla sua morte una delle due fu subito venduta. La seconda rimase a custodire una genealogia silenziosa, un’architettura dell’anima.
Dalla primissima infanzia trascorrevo con i miei fratelli l’ultimo mese dell’estate in questa grande villa, senza mia madre che rimaneva a Napoli, per riposare dicevano, e con il ramo paterno fatto di zii, zie, cugini e la nuova moglie di mio padre, che lui tradí fino ai miei diciott’anni con mio madre; spesso anche quando eravamo lì, con la scusa di fare un salto a Napoli per lavoro.
Questa casa si fuse con la mia carne, diventó una backroom; l’archetipo di qualcosa che non sono ancora riuscita a individuare, congelato e inquietante, ma anche familiare. Era una soglia. Né dentro né fuori. Un varco nel tempo e nel sangue. Forse ogni vita eredita almeno un luogo simile, costruito da chi c’era prima, affinché noi possiamo ricominciare da un gradino in più.
I suoi corridoi, le stanze grandi e silenziose che avevano i nomi dei colori e si aprivano sulla terrazza, il cane giallo di stoffa, la soffitta con i cassoni, i cuscini marocchini attorno al camino, la collezione della selezione del Reader’s Digest, il gong che chiamava i pasti, i vialetti di mattoni rossi, il salice piangente, le ortensie più alte di me, gli abeti argentati, il pungitopo, il roseto che non vidi mai fiorito, il garage umido, buio e spaventoso, le camere vuote del piano terra destinate un tempo alla domestica, continuano a riempire i miei sogni, a trascinarmi in una transizione spazio temporale tra ciò che ero prima della samsara e ciò che sono adesso che sono tornata in campagna, agli stessi odori e rumori salvifici, agli spazi solitari e piacevolmente angoscianti, un incrocio tra una brughiera ventosa e un centro commerciale abbandonato nel nulla.
Adesso si intreccia e scava nell’amore incondizionato che avevo per mio padre, chiunque esso fosse, comunque si comportasse, che mi lasciò mutilata quando se ne andò con un brevissimo preavviso, tagliata a metà, la parte umana qui che vive e invecchia e subisce il tempo lineare, l’altra nel cielo, nella terra, nell’acqua, nella luce con lui. Adesso mi ci rifugio mentre aspetto qualcosa che ci tiri fuori da questo scempio allucinato nel quale annaspiamo.
Il vero ingresso della villa non era dove ci si aspettava che fosse; sempre i veri ingressi stanno altrove. Lo si raggiungeva dal retro, da una breve scala che non conduceva direttamente all’interno, ma a una piccola veranda. Là, in alcune sere, mio padre accendeva la pipa e mi insegnava a catturare la luce dell’invisibile, attraverso la sua Voigtländer. Quel posto rimarrà per sempre uno spazio liminale per me, un’ansa nell’essere.
Forse tutte le vite, per avvenire, devono transitare almeno una volta da un luogo simile. Non luoghi, ma intercapedini. Non spazi, ma interruzioni. In essi non si è, ma si comincia ad essere.
Ricamare è una teologia minuta: ogni punto ha un senso, ogni vuoto una ragione. Il ricamo è una scrittura che si compie nel tessuto, una calligrafia silenziosa. Ogni filo attraversa il tempo. Ogni nodo è un argine al nulla. L’embroidery art è una metafisica dell’atto lento: resiste alla velocità dell’algoritmo, non opponendosi, ma eludendola. Crea una temporalità parallela, una diversa grammatica del presente.
Ci sono epoche che si slacciano dal mondo, come camicie troppo strette. Allora non si può che sostare. Il compito non è comprendere, né correre. Il compito è restare in quella veranda che è anche un labirinto, un battistero. Restarci come chi veglia accanto a un’ombra, o accanto a se stesso.
Qualcuno lo fa pregando. Qualcuno piantando semi.
Io — quando posso — con ago e filo: adesso, materializzando il diario di mio nonno su cimose di vecchie lenzuola cucite insieme.
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